Era il 1612 quando davanti al tribunale della Curia e dello Stato Pontificio compaiono due noti artisti dell’ambiente romano: si celebrava il primo grande processo per stupro. Gli attori di questo giudizio erano Agostino Tassi, pittore manierista e stretto collaboratore del famoso Orazio Gentileschi, e Artemisia, figlia dello stesso Orazio, pittrice dal talento precoce, una delle primissime donne a imporsi sulla scena dell’arte. Pochi anni prima, nel 1610, Artemisia aveva dipinto un quadro di sensibile significato moralista, “Susanna e i vecchioni” (Pommersfelden, Schloss Weissenstein), tratto dall’Antico Testamento (Libro di Daniele). Veniva rappresentata la vicenda della casta Susanna che furtivamente sorpresa al bagno da due perversi anziani, rifiuta il ricatto di sottostare alle loro richieste e preferisce la falsa accusa di adulterio. Sarà l’intervento del profeta Daniele a smascherare i due anziani che subiranno la lapidazione. Il dipinto fu molto apprezzato per la delicatezza dei toni, la limpidezza dell’immagine, la bellezza delle figure e la capacità di rappresentare una storia tanto articolata e complessa attraverso un’unica scena, senza eccedere negli eccessi delle nudità. Fu un successo enorme, poi la terribile violenza subita.

Non possiamo nemmeno immaginare quel momento tremendo, quel dolore lacerante e la vergogna provata da una ragazza appena diciassettenne, colpevole solo del suo talento e di sognare la bellezza. Quella violenza avrebbe stroncato chiunque, soprattutto dopo un processo conclusosi per il Tassi con qualche giorno di prigione. Artemisia reagisce, ma lo fa a modo suo, con la sola arma dell’arte. Nella sua produzione si assiste a un cambiamento e alla pennellata chiara e pulita si sostituisce una cromia scura, appena illuminata da una luce radente e i toni si fanno più cupi. Nasce proprio nel 1612 uno dei suoi capolavori più famosi “Giuditta ed Oloferne” (Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte), quasi una reazione rabbiosa. L’episodio è tratto dal Libro di Giuditta, ma stavolta al posto della pudica e mesta Susanna c’è la combattiva Giuditta, famosa per la sua intelligenza e fermezza. L’eroina biblica viene raffigurata con il volto teso e deciso, al pari di un giudice che ha emesso l’estremo verdetto; è rappresentata nell’attimo in cui recide con la spada la testa al comandante assiro Oloferne, alter ego della superbia punita. Se intense sono le caratterizzazioni dei volti, ancora più forte è l’analisi psicologica che investe il dipinto: la punizione divina viene accentuata da una rappresentazione in primissimo piano a cui contribuiscono l’assenza di elementi decorativi e la semplificazione dei panneggi.

Questa opera potrebbe rappresentare un punto di arrivo tutto interiore di Artemisia: alla violenza si risponde con la violenza. Ma non è così per lei, una donna originale e intelligente e, soprattutto, dotata di una sensibilità unica. Alla reazione immediata e istintiva, subentra la risposta della mente e del cuore. Nel 1616 esegue un altro importante dipinto, la “Santa Cecilia col liuto” (Roma, Galleria Spada). L’opera è un tripudio di luce e colore, non c’è violenza, non c’è rumore, il volto di Cecilia è straordinariamente bello e delicato, la veste è sovrabbondante di drappeggi dorati, l’atmosfera è intrisa di un lirismo estatico e lei, Cecilia, è assorta nelle dolci armonie del liuto e volge lo sguardo verso il cielo, come in melodico dialogo con Dio. Artemisia ha superato il dolore, ma non lo ha cancellato, non può averlo fatto. Più del tribunale è la storia ad aver emesso un inequivocabile responso: Agostino Tassi è rimasto un mediocre e quasi dimenticato pittore, lei è la grande artista che oggi ammiriamo, ha incontrato il suo amore, ma soprattutto ha ritrovato quella musica dolce nella sua vita.

Adolfo Parente