La pandemia dovuta al Covid-19 ha stravolto la nostra vita ed il nostro mondo: alla geografia tradizionale si è affiancata la colorazione rossa dei contagi, mentre la statistica dei flussi economici-sociali ha lasciato il passo alla triste numerazione dei morti e dei guariti. Per contrastare l’avanzata del temibile virus l’unica soluzione sembra essere l’isolamento, #iorestoacasa è l’hastag del momento. Si ripete una tragica analogia con il nostro passato, l’epidemia del XIV secolo. L’Europa che si affacciava al Trecento era un mondo in espansione, economica, sociale e culturale; l’arrivo della peste troncò bruscamente questa crescita, seminando morti, carestie e impoverendo le città. Cerusici e medici del tempo, non trovando un rimedio, consigliavano di chiudersi in una sorta di autoisolamento. Tra le conseguenze, nell’uomo del Trecento maturò una percezione diversa del rapporto della vita della morte e, più profondamente, con il senso del divino. Fu proprio l’arte, più di ogni resoconto storico, a testimoniare, in certi casi ad anticipare, la nuova  sensibilità: alla fulgente e colorata luce che, attraverso le ampie vetrate, invadeva lo spazio solenne delle cattedrali gotiche, simbolo di una società ottimistica, vennero sostituendosi immagini dal tenore più tetro e lugubre, che richiamavano la precarietà della vita. Particolarmente diffusa fu la tematica dell’incontro dei tre vivi ed i tre morti e quella del Trionfo della morte. Uno dei più famosi e completi cicli figurativi medievali fu realizzato nel Camposanto di Pisa tra il 1336 ed il 1342. Si è molto discusso sull’autore e la datazione, la critica sembra comunque concordare nella mano del maestro Buonamico Buffalmacco; quel Buffalmacco protagonista anche di alcune novelle nel Decamerone di Boccaccio. Tema principale del ciclo pisano è il Giudizio Universale e l’imprevedibilità della morte, sviluppato però secondo un’interpretazione che risentiva fortemente di particolari testi, scritti in lingua volgare, che circolavano in ambiente domenicano. In particolare gli scritti di Domenico Cavalca e Iacopo Passavanti e le predicazioni mistiche di fra Giordano da Pisa (1260-1310). Buffalmacco realizzò un’opera complessa, drammatica e convulsa, con episodi che si concatenano tra loro, in una visione apocalittica ma fortemente caratterizzata dalla dimensione “terrena” del tema del Giudizio: da qui l’immagine tremenda della Morte che campeggia, con la sua enorme falce, al centro della scena. Tutt’Intorno un mondo affollato: nella parte alta dell’affresco c’è il contrapporsi del volo degli angeli, che salvano le anime elette e dei demoni, che rapiscono i reprobi, nella disperata lotta per la salvezza. Nella parte bassa, si ammassa un calca di corpi morti, sono regine, principi, pontefici e poveri, perché la morte colpisce tutti indistintamente. Nella parte destra si apre un piccolo giardino al cui interno si trovano dieci giovani intenti a suonare, cantare e rallegrarsi della vita, inconsciamente incuranti di ciò che sta avvenendo. Nella parte sinistra, con capacità naturalistica, Buffalmacco ritrae un corteo di dame e cavalieri che, sui propri cavalli, si dispiega in una battuta di caccia. Eppure, sui volti dei cavalieri si nota una smorfia di dubbio e di titubanza, dovuto all’incontro i con i tre morti, posti nelle proprie bare scoperchiate in diverso stato di decomposizione.  Sulla salita del promontorio appare la figura austera del monaco Macario che dispiega un rotolo per ammonire il corteo. L’irto pendio della montagna porta ad un luogo abitato da religiosi domenicani: c’è chi è intento nell’attività di mungere una capra, chi vigila sulla cima di un albero e chi è intento nella lettura. Si tratta di un forte e chiaro richiamo alla vita contemplativa e allo studio delle Scritture. La scena è particolarmente significativa, poiché lungo la salita si trova un pavone, simbolo della resurrezione e della vita eterna.Si è dibattuto molto sulla datazione dell’affresco, e forse l’arte, come spesso avviene, anticipò quello che di li a poco sarebbe accaduto con la peste, ma sicuramente Buffalmacco ebbe la straordinaria maestria di codificare, attraverso le immagini, la predicazione mistica domenicana non senza un segno di speranza.

Adolfo Parente