“ Fino a pochi anni or sono non esisteva un problema delle origini di Venezia, poiché la generalità degli storici – a non dire degli storici dell’arte – dava per buona la storia delle migrazioni in isolette deserte lagunari delle popolazioni fuggiasche dalle città romane della terraferma, e la loro difesa dai barbari grazie alle acque della laguna che gli invasori non sapevano varcare: tutti i secoli dell’Alto Medioevo erano riassumibili e compressi in questo topos, proposto nelle cronache tardomedievali, nelle quali si affermava con orgoglio l’ininterrotta esistenza dei Veneti nella libertà romana contro Attila, contro i Carolingi, contro gli Ungari, frequentemente confusi fra loro”. (W. Dorigo, Le origini di Venezia, 2003)

Con queste parole, pronunciate in un convegno ad inizio millennio, Wladimiro Dorigo rivendicava di essere stato il primo storico, con Venezia. Origini pubblicato nel 1983, ad occuparsi seriamente e al di fuori della leggenda del problema storico delle origini di Venezia. Gli anni successivi hanno portato lo storico veneziano a produrre il monumentale Venezia romanica (2003) che situa le origini della città come possiamo dire di conoscerla ancora oggi all’inizio del XII secolo, collocandola dunque in quel grande movimento di rinascita degli abitati urbani che attraversa l’Italia settentrionale agli inizi del secondo millennio dopo Cristo.

Se il lavoro di Dorigo in un certo senso spostava in avanti la nascita della città di Venezia rispetto alla pietra miliare leggendaria posta dall’invasione di Attila e dei suoi Unni, parallelamente, in ambito archeologico, avveniva un processo che possiamo definire opposto e che porta estremamente indietro nel tempo la nascita di un popolamento nelle lagune. Lagune, il termine va usato al plurale, perché solo dal Medioevo in poi possiamo parlare di una Laguna di Venezia come la conosciamo oggi, ed è un ambiente costruito in gran parte artificialmente dai veneziani, a scopo principalmente difensivo. Prima di quelle operazioni di ingegneria idraulica è più opportuno parlare di lagune, ambienti in cui il territorio e il rapporto fra la terra e l’acqua si modificava continuamente.

(fig.1 – siti urbani della civiltà venetica)

Attualmente sappiamo che le isole principali di questa zona ospitavano insediamenti umani già a partire dal II millennio avanti Cristo e che queste popolazioni avevano rapporti commerciali con i mercanti micenei che si avventuravano su per l’Adriatico. Tuttavia è per il periodo di tempo a partire dal primo millennio avanti Cristo che gli ultimi vent’anni di ricerca archeologica e di studio hanno portato i risultati più innovativi derivati dalla scoperta di molti siti urbani della civiltà venetica nell’area più orientale dell’attuale regione Veneto (fig.1), in particolare l’investigazione degli strati più antichi della città di Altno, l’Altinum romana, che già agli inizi dell’Età del Ferro sorgeva al limitare delle lagune. La scoperta e l’approfondimento di questi siti ha portato a ripensare il modello interpretativo della civiltà venetica, enfatizzando il suo ruolo di svincolo commerciale fra l’Europa continentale e le civiltà mediterranee, un ruolo che la regione sembra aver svolto quasi ininterrottamente dall’Età del Bronzo alla caduta della Serenissima Repubblica

È in questo contesto di ampio sviluppo dell’archeologia in area lagunare che si situano le pionieristiche ricerche di Ernesto Canal (1924-2018), archeologo “dilettante” poi insignito del titolo di ispettore onorario della Soprintendenza lagunare che, aggirandosi tra le velme, le barene e i canali della Laguna Nord ha individuato circa 700 siti di interesse archeologico con 100.000 e più reperti inventariati. Il metodo diagnostico di Canal si basava molto sui colloqui con i pescatori e gli abitanti delle zone indagate, quelli in grado di riconoscere ogni canale in base a punti di riferimento su cui l’occhio non allenato sfugge via e proprio quei punti di riferimento spesso si rivelavano preziosi “giacimenti” di reperti, che Canal individuava poi anche grazie all’uso di un ecoscandaglio di sua invenzione.

L’opera di Canal ci ha restituito una laguna fortemente “vissuta” specialmente in epoca romana, nei primi secoli dell’era volgare e in questo senso va anche forse quella che può essere considerata la più importante scoperta dell’archeologo: quella di una grande villa situata nell’isola di Lio Piccolo (fig. 2).

(fig. 2 – villa nell’isola di Lio Piccolo)

Il sito è stato successivamente scavato e studiato dalla Soprintendenza e dall’Università di Venezia e si è rivelato un’importante villa utilizzata per tutta l’età imperiale romana, sia con funzione residenziale e di villeggiatura che con funzione di immagazzinamento di derrate a scopo probabilmente commerciale. La villa era anche ornata di affreschi, giunti a noi in modo frammentario, ma che sono perfettamente accostabili a quelli di altre ville romane: ci forniscono cioè la rappresentazione dell’ambiente circostante e probabilmente una ricostruzione della villa stessa, esattamente come succede nelle ville romane della Campania, e questo ci riporta alla mente i versi di Marziale che scriveva che la costa di Altino era paragonabile a quella di Baia e altrove parla dei ricchi banchetti a base di pesce lagunare serviti dai Veneti.

Nel corso del 2019, dal 2 agosto al 13 ottobre, le scoperte di Canal, il lavoro degli ultimi 20 anni di ricerche e la villa di Lio Piccolo sono stati al centro di una mostra intitolata “Vivere d’acqua” svoltasi presso il centro culturale Manin nella località di Ca’ Savio, sul litorale del comune di Cavallino-Treporti. Lo scopo della mostra era proprio quello di focalizzarsi su quei secoli di storia che vanno dall’inizio dell’era volgare al VII secolo dopo Cristo e che hanno formato quelle caratteristiche principali non tanto del territorio lagunare, quanto dei suoi abitanti, che proprio in quei secoli misero a punto un particolare modo di vivere, in simbiosi con l’ecosistema che li circondava composto alla pari di terra e acqua che sarebbe poi stato alla base del successivo sviluppo della civiltà veneziana. Furono quegli uomini a rendere abitabili le lagune, a mettere a punto le diverse tecniche di consolidamento del suolo che nei secoli successivi avrebbero permesso di costruire arditi palazzi sulle isole della laguna, furono quegli uomini insomma a creare la vera e propria leggenda veneziana, quella cioè che rende possibile la prosperità di una città diversa dalle altre, perché è l’unica convinta che si possa davvero “vivere d’acqua”.

di Giuseppe Cilione – Presidente Associazione Culturale Villeggiare (Padova)

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