In prossimità della strada romana che univa Brindisi con Lecce e Otranto, immersa nella campagna salentina, tra rigogliosi uliveti e muretti a secco, si trova un vero tesoro di arte e storia: l’abbazia di Cerrate. Oggi questo luogo straordinario, grazie all’impegno del FAI che ne ha assunto la gestione dal 2012, è restaurato e riaperto al pubblico. 

Un esempio di architettura romanica pugliese impreziosita da importanti affreschi che la rendono un unicum nel panorama bizantino. Cuore del complesso è la Chiesa di Santa Maria di Cerrate, al centro di una tipica masseria del Salento, un tempo monastero di rito orientale con scriptorium e biblioteca, divenuta, in seguito, centro di produzione agricola specializzato nella lavorazione delle olive, che venivano spremute nei tradizionali frantoi ipogei. Nella struttura ne sono presenti due, di cui attualmente solo uno è visitabile.

Secondo la leggenda, l’abbazia fu fondata dal re normanno Tancredi d’Altavilla a seguito di una visione della Vergine Maria mentre inseguiva una cerbiatta in una grotta; da qui una delle ipotesi sull’origine del nome, ipotizzando Cerrate come derivante dalla parola “cervate” cioè cervo. Una seconda tesi invece indica che la toponomastica del casale sarebbe da attribuire alla sua collocazione, ossia situato in un luogo di “cerri”, in una grande estensione alberi, quali querce e frassini. Ritornando alla sua fondazione, storicamente, si attesta tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo, quando Boemondo d’Altavilla, figlio di Roberto il Guiscardo, favorisce in questo luogo l’insediamento di un cenobio di monaci basiliani che sfuggivano dalle persecuzioni iconoclaste di Bisanzio. 

L’Abbazia di Cerrate fu ampliata fino a divenire uno dei più importanti centri monastici dell’Italia meridionale. Ulteriore complessità e ricchezza assunse di fatto nel XVI secolo quando passò sotto il controllo dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli; questo fino al 1711 quando il saccheggio dei turchi fece precipitare l’intero complesso in uno stato di completo abbandono. La situazione di abbandono continuò fino agli anni 60 del Novecento quando la Provincia di Lecce avvia i primi interventi di restauro affidandoli al celebra architetto Franco Minissi. In tempi recenti la Chiesa è oggetto di un secondo importante intervento restauro, eseguito grazie al FAI, che ha inoltre portato a una nuova lettura e valorizzazione del ciclo di affreschi: una parte di essi visibile sulle pareti interne del luogo di culto e quelli superiori – strappati – allestiti invece nei locali dell’officina. 

Sul sobrio prospetto della chiesa spicca il portale, databile al XII secolo, in carparo e pietra leccese. Ricche sono le decorazioni con motivi a racemi e foglie stilizzati, secondo un tipico stile bizantino, ma sicuramente catturano l’attenzione le figure a rilievo, proprie del linguaggio scultoreo dell’arte romanica dell’Italia settentrionale, collocate nell’archivolto del protiro. Qui si vedono rappresentante scene del Nuovo Testamento, distribuite su tre conci. Le figure, che seguono la curvatura dell’arco, rappresentano, a partire da sinistra, l’Annunciazione (questa in realtà vede la Vergine su un lato mentre l’Arcangelo Gabriele è collocato sul lato opposto dell’archivolto, in posizione speculare), la Visitazione, la Processione dei Re Magi e la Natività. L’ultima scena è quella che maggiormente incuriosisce e che ha dato seguito anche a diverse interpretazioni discordanti, ma che tuttavia oggi viene letta come la Lavanda del bambino

Prima di entrare però nella chiesa, non si può ignorare, a ridosso del lato settentrionale del tempio cristiano, un porticato sostenuto da ventiquattro colonne e altrettanti capitelli decorati con motivi vegetali e zoomorfi desunti dai bestiari medievali e figure umane scolpiti con grande risalto plastico e aggettanti. Dallo studio della muratura della chiesa, il porticato sembra non essere contemporaneo ad essa ma riconducibile alla realizzazione del ciborio, datato 1269. All’interno dell’antica chiesa spiccano i due edicole del XVII secolo: l’altare maggiore, dedicato a Sant’Irene e coperto dal ciborio duecentesco e quello laterale, dedicato a Sant’Oronzo. Una terza edicola è posta, in posizione assai singolare, addossata alla terza colonna della navata di sinistra. Negli anni Settanta venne smontata, lasciando i pezzi in stato di abbandono all’esterno della chiesa, che rimasero allamercè delle intemperie per oltre quarant’anni, per essere poi assemblata nuovamente e ricollocata durante gli ultimi lavori di restauro.

Il ciclo di affreschi presente all’interno della chiesa rientra nella tradizione figurativa bizantina diffusasi nell’Italia meridionale tra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV. Il programma iconografico, i colori, le formule figurative e le numerose iscrizioni costituiscono una testimonianza unica e di alto spessore artistico come lascito della cultura orientale. L’occhio è subito attratto dal ricco e variegato santorale dei sottarchi, una sorta di quadreria di monaci ed eremiti accompagnati da iscrizioni e cartigli, sovrastati da mezzi busti di profeti entro clipei, espressione della vocazione monastica del luogo. La decorazione dell’area absidale ruota intorno alla grande Ascensione di Cristo del catino, contraddistinta da figure ed elementi naturistici di alta qualità pittorica. Assai curiosa poi è la cosiddetta “parete-puzzle” nella navata meridionale, smontata e rimontata a seguito di un crollo, forse tra il XIV e il XV secolo, riutilizzando gli stessi conci dipinti, tale che la serie di santi un tempo affiancati in ordine risultano scompaginati in quell’affascinante gioco di pezzi da ricomporre. Sulla parete nord, una teoria di santi ascrivibili ai primi del 1400, porta invece le tracce dell’antica picchiettatura usata per fare aderire i successivi affreschi.

A sud del complesso abbaziale, nei pressi di quello che doveva essere un frutteto e il giardino delle erbe, si trova un edificio ottocentesco un tempo adibito ad abitazione del massaro e frantoio; proprio in alcuni di questi spazi sono stati collocati su otto pannelli gli affreschi strappati dalle pareti della vicina chiesa. Tra gli affreschi staccati troviamo proprio quello (un tempo posto sulla parete meridionale della chiesa) che rimanda all’episodio in cui il re Tancredi, mentre era intento nella caccia, ebbe la visione che lo indurrà alla costruzione dell’antica abbazia e della sua chiesa.

di Sara Foti Sciavaliere

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