La “Resurrezione” di Piero della Francesca è una delle opere più celebri ed enigmatiche della Storia dell’Arte. Fu affrescata in quella che era la Stanza principale del Palazzo comunale di Borgo Sansepolcro, nella sede del Conservatore della Magistratura della Città. In questa opera, l’artista rappresenta quello che era l’emblema della Città, infatti, la Resurrezione e la Città di Sansepolcro sono strettamente legate tra loro, in quanto, si ritiene che la città fu fondata da due santi pellegrini (Arcano ed Egidio) di ritorno dalla Terrasanta con le Reliquie del Santo Sepolcro. In questo stesso periodo Piero operava ad Arezzo, per il ciclo delle Storie della Vera Croce.

L’affresco di Palazzo comunale ha molti punti in comune con il “Polittico della Resurrezione” di Niccolò di Segna (1348 circa) dipinto un secolo prima e conservato all’interno della Cattedrale di San Giovanni Evangelista di Sansepolcro.  L’opera è da considerarsi come il punto di arrivo del percorso artistico di Nicolò di Segna, ben lontano dalla tradizione duccesca da cui era partito. Molto vicino invece ai nuovi modelli di Simone Martini e i fratelli Lorenzetti, rispecchiando in pieno il clima culturale senese della metà del Trecento. L’iconografia di questo monumentale complesso, in cui, a fianco della scena centrale con la Resurrezione sono raffigurati numerosi santi monaci con abito benedettino o camaldolese, offrono un chiaro messaggio di chi fosse la committenza del polittico, appunto gli stessi Frati camaldolesi, che commissionarono questa opera per la loro Abbazia, oggi Cattedrale di Sansepolcro.

Grazie a questo confronto è possibile analizzare meglio la “Resurrezione” di Piero della Francesca. In molte rappresentazioni, l’episodio evangelico viene presentato con il Cristo che emerge da una grotta, da cui un masso è stato “rotolato via”. L’artista toscano sceglie di mostrare Gesù uscente da un sarcofago romano; da questo particolare si può cogliere un’insolita iconografia, mai rappresentata nella storia dell’arte. La struttura architettonica appena accennata introduce la costruzione prospettica, secondo una visuale che non consente di vedere il piano del Sepolcro, dove il Figlio di Dio, che si erge trionfante, divide perfettamente la scena nella sua impostazione architettonica; mentre la linea dell’orizzonte mette in evidenza le spalle e la testa di Gesù. Tutto il dipinto è circoscritto in un immaginario triangolo che parte dalla base del sarcofago e il cui vertice giunge all’aureola del Salvatore. Inoltre l’opera contiene due punti di fuga: da un lato vediamo i volti dei soldati dal basso, ma da un’altra parte il volto di Cristo è dipinto a dritto. Se la prospettiva fosse coerente in tutta la pittura vedremmo tutti i volti dallo stesso punto di vista. 

La figura e l’espressione del Salvatore è senz’altro l’emblema enigmatico per eccellenza di questa opera: Cristo, il cui corpo ci riconduce ad una statua antica, riconosce che qualcosa di innegabile ha avuto luogo. Egli è mostrato in un istante di trionfo ottenebrato, mentre si ridesta alla vita, guarda fuori con gli occhi inflessibili, verso un orizzonte dove solo lui può vedere il mondo, attraverso una maestosità terribile ed ultraterrena. Sta eretto, con un piede ancora nel suo sarcofago e l’altro collocato quasi con alterigia sul suo bordo di questo, a sottolinearne l’uscita, creando così un maggiore effetto spaziale. Con gesto solenne, tiene con la mano destra il vessillo delle Crociate, con un riferimento al primo regno di Gerusalemme e alla raccolta delle sue leggi che erano conosciute come lettere dal Santo Sepolcro. In questo particolare, Piero vuole anche rappresentare un potere che non è solo divino ma anche politico, ricordando bene che l’opera non è dipinta in una Chiesa ma bensì in un edificio civile. E’ da evidenziare opportunamente che lo stesso artista aveva importanti ruoli politici e istituzionali all’interno della vita cittadina

Ai piedi del Sepolcro, giacciono quattro soldati romani, guardiani della tomba, tutti addormentati. La guardia in primo piano a sinistra è raffigurata nell’atto di svegliarsi, come all’improvviso, stropicciandosi gli occhi.  Il gendarme in primo piano nell’estrema destra sembra essersi risvegliato dopo un lungo sonno, e nel cui sogno pare aver visto il miracolo del Cristo risorto. Nel torpore del suo corpo, Piero, rappresenta la guardia come di nuovo immersa in un sonno profondo dopo essersi sollevata con il braccio destro. Il soldato retrostante è nella posa di tenere stretta la lancia ed imbracciato lo scudo su cui sono raffigurate le lettere “S.P.” iniziali della sigla “S.P.Q.R.” (Senatus Populusque Romanus), che si riferiva al dominio di Roma.  Alla guardia senza elmo al centro, anche secondo alcune analisi pervenute dal Vasari, si attribuisce un autoritratto dell’artista. In questa parte dell’opera quindi, il maestro toscano rappresenta la luce della Verità, quella luce divina, che è lì davanti, presente ai soldati dormienti, ma irraggiungibile a causa di una pigrizia spirituale, che abbandona l’uomo al proprio destino. I gendarmi dormono pesantemente, non vedono e non sentono, e in questa indifferenza e desolazione, Gesù si presenta più vivo che mai, trionfante. Solo Cristo è sveglio e veglia solenne e maestoso. In questa opera, i temi del sonno e della veglia creano un forte messaggio simbolico: la parte inferiore, rappresentata dai soldati, è terrena, pigra, mentre quella superiore, rappresenta la divinità che sempre sorveglia. Aspetto molto rilevante sono i colori delle vesti dei soldati, che egli dipinge attraverso un’alternanza cromatica tipica delle sue opere: il rosso è alternatamente colore dell’elmo e dei calzari di una guardia e dello scudo dell’altra; il verde ricorre nel mantello di uno, nella cotta di un altro un altro e nei calzari del terzo. 

La presenza della grande pietra, nell’angolo in basso a destra dell’affresco, rappresenta forse la reliquia del Santo Sepolcro (il luogo di sepoltura, in questo caso di Cristo) putativamente portato a Sansepolcro dai santi che fondarono la città, Arcano ed Egidio. Il Sepolcro nell’iconografia di Piero rappresenta anche l’Altare della Cristianità; in tal senso in questo affresco, le simbologie che si riferiscono a questa tematica, sono molto presenti, come nel paesaggio che si intravede dietro la scena. Sulla sinistra del dipinto, viene rappresentato un paesaggio invernale, arido, con alberi spogli e secchi, a simboleggiare il declino della Fede dell’uomo. Sulla destra invece, un paesaggio estivo, quindi ricco di vegetazione, con alberi rigogliosi e ricchi di foglie, a rappresentare la salvezza e lo splendore della Fede cristiana. Si intravede nello sfondo, la Città di Borgo Sansepolcro. Questo richiamo allegorico ci porta a confrontare i temi dei cicli vitali presenti già nella cultura pagana e rappresentati anche da artisti precedenti a Piero, come Ambrogio Lorenzetti, nell’ “Allegoria ed effetti del buono e del cattivo governo”. Il cielo sullo sfondo è uno degli elementi caratteristici nelle opere di Piero della Francesca: sfumato all’orizzonte come durante l’alba e inframmezzato da nuvolette chiaroscurate “a cuscinetto”.

Il soggetto di Piero e la sua squisita interpretazione rendono plausibile dire che la sua Resurrezione visionaria è il più grande di tutti i quadri, poiché unisce indissolubilmente il viscerale, l’estetica, l’etica e il religioso con il tipo di integrità e sintesi espressiva a cui ogni persona umana aspira.

di Silvia Chialli

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