Ha fatto scalpore la recente scoperta di affreschi del IX secolo nella basilica di Santa Maria Assunta di Torcello. Il rinvenimento è chiaramente eccezionale, perché si tratta degli affreschi più antichi individuati in Laguna e riguardano un momento della storia del Veneto poco conosciuto, proprio per la scarsissima presenza di fonti figurative di prima mano.

Gli affreschi danno voce ad un periodo che, fino ad oggi, era rimasto muto in Laguna e quasi del tutto silenzioso nel Veneto orientale, ma che ci permette di gettare una piccola luce, per quanto ancora ipotetica e frammentaria, su quanto avveniva anche a Padova.

Prima di affrontare questo discorso è bene fare una breve premessa sulla diffusione della notizia da parte dei maggiori organi di informazione, che hanno parlato di “origini carolingie di Venezia” (a puro titolo di esempio citiamo l’articolo di Repubblica “Venezia ha origini carolinge e non bizantine”)

Dovendo trattare delle origini di Venezia in una forma simile a quella che leggiamo oggi (anche in questo caso con molte cautele) non possiamo che riferirci all’XI secolo, durante l’età degli Orseoli quando, a cavallo dell’anno Mille, accrescono l’influenza veneziana in tutto il Nord Adriatico, conquistando l’Istria e consentocnno così una forte espansione del nucleo Rivoaltino che, a partire dal IX secolo, era diventato l’insediamento più importante delle lagune. Si tratta di un fenomeno ovviamente complesso, che non possiamo pretendere di esaurire in questo spazio, ma che da un lato rientra nella generale espansione della vita urbana riscontrata in tutto il Nord Italia intorno all’anno Mille. Non è possibile dare alcuna connotazione “etnica” all’origine di Venezia, ma possiamo sostenere di essere di fronte ad un processo storico di portata molto generale. In questo contesto, gli Orseoli operano anche una vera politica culturale dando vita a quello che, in altre epoche, si chiamerà “il mito di Venezia”: nascono le prime leggende sulla fondazione della città ad opera dei profughi scappati dalle invasioni barbariche; le troviamo messe per iscritto da Giovanni Diacono, che degli Orseoli è il cappellano di corte. Contemporaneamente il doge lega la propria città a Bisanzio, cercando di stabilire sia rapporti commerciali sia culturali, ordinando la famosa Pala d’Oro, convocando così i mosaicisti bizantini che lavoreranno a Torcello e poi a Murano. In questo senso, Venezia si può definire come “bizantina”, ma possiamo parlare di influenza culturale e non di influenza politica: il doge, infatti, vuole rivestire il suo potere delle liturgie costantinopolitane perché ritiene che esse abbiano una precisa particolarità, in quanto discendenti da Roma. Egli vuole trasformare la sua città in una nuova Roma, erede diretta di quei cittadini rifugiatisi sulle isole per scappare ad Attila e di pari dignità (o di dignità molto simile) agli altri poteri che rivendicavano l’eredità romana, cioè gli Imperatori di Bisanzio e del Sacro Romano Impero (in quel momento Germanico). Un elemento fondante del mito di Venezia, che avrà molta forza anche nella Renovatio grittiana del Cinquecento.

Venezia, dunque, non è una città bizantina, fu semplicemente una delle molte città che vollero rifarsi al prestigio imperiale della Seconda Roma, presupposto che la accomunava a realtà diversissime come ad esempio Palermo oppure Mosca (non a caso una parte di Venezia si specchierà in San Pietroburgo ai tempi di Caterina la Grande).

Per quanto esposto finora, Venezia è una creazione degli Orseoli, una città pienamente medievale, se invece osserviamo le cose da un altro punto di vista, quello della regione Venetia, o semplicemente dell’area lagunare, non possiamo in nessun caso parlare di un’origine bizantina o altro. Forse ai tempi di Giustiniano ci fu un castrum militare nell’area dell’attuale sestiere di Castello, certamente a Torcello ci fu un magister militum dipendente dall’esarca di Ravenna nel VII secolo, ma di fatto non c’è mai la vera e propria fondazione di una città. Quello che ci racconta l’archeologia è un lento trapasso dall’abitato di Altino a diversi centri che sorgono continuamente nell’area umida dell’ambiente lagunare a partire dal II secolo dopo Cristo. In quest’area sorgono diversi insediamenti: Eraclea, Torcello, Metamauco sono alcuni di essi, poi a partire dal IX secolo comincia ad emergere il centro di Rivo Alto (Rialto). Non c’è mai un atto di fondazione vero e proprio, una progettualità urbanistica, solo un lento trapasso che accompagna la Laguna dall’Età romana al Medioevo attraversando in toto la tarda antichità. La leggenda racconta che il centro rivoaltino fu scelto dai dogi della famiglia dei Partecipazi perché facilmente difendibile dalle incursioni della flotta navale dei Franchi, si racconta anche che Venezia abbia conquistato la sua indipendenza nell’810 sconfiggendo le pesanti navi franche attirandole in una zona di fondali bassi e sconfiggendole grazie ad una flotta di zattere. L’episodio dà il nome ad una zona di Venezia (quella che si affaccia sul Canale della Giudecca), ma ricorda troppo da vicino il racconto della battaglia di Salamina fra le pesanti navi persiane e le agili triremi ateniesi per non essere in qualche modo sospetto.

Un altro aspetto del mito è la pace siglata proprio in Laguna fra le due grandi potenze imperiali dell’epoca, pace che nel mito vuole far emergere una Venezia indipendente e il suo doge, in qualche modo, alla pari dei due grandi sovrani dell’epoca.

La più antica moneta veneziana che ci sia giunta, d’altra parte, è un denario coniato nell’814 dopo Cristo che da un lato riporta il nome “VENECIAS” dall’altro invece un’iscrizione di Ludovico il Pio, Imperatore del Sacro Romano Impero e figlio di Carlo Magno. Questa moneta era usata dai veneziani soprattutto per commerciare nei porti del Mediterraneo sud-orientale, in primo luogo Alessandria d’Egitto. E proprio a questo serviva che la moneta battuta a Venezia fosse in qualche modo garantita da una potenza che era riconosciuta dai governanti bizantini e arabi di quelle zone del Mediterraneo.

È abbastanza per parlare di una fondazione carolingia di Venezia, o di una qualche forma di dominio carolingio sulla laguna?

La risposta è abbastanza difficile, anche perché il “dominio carolingio” su aree periferiche del vasto impero era, per ovvie ragioni, abbastanza blando, ma ufficialmente tutto il Veneto attuale era sottomesso a quell’Impero e, per forza di cose ,non poteva non esserci una qualche forma di rapporto culturale, data anche l’espansione in Terraferma dei monasteri veneziani, prima fra tutte l’abbazia di Sant’Ilario fondata a Malcontenta, nella zona meridionale della Laguna nell’819 e posta sotto la protezione diretta del doge, ma ben  collocata negli affari di Terraferma.

Siamo in un periodo importantissimo per la storia embrionale di Venezia, ricordiamo l’anno fondamentale dell’828 in cui Rustico da Torcello e Bono da Malamocco portano in Laguna il corpo di San Marco da Alessandria d’Egitto con un’operazione sicuramente politica oltre che religiosa: Marco è l’evangelizzatore di Aquileia, il padre nobile del cristianesimo lagunare e in quegli anni è in atto una feroce disputa su chi debba portare il titolo di patriarca, fra il vescovo di Grado e quello di Aquileia, cioè fra il popolo dell’acqua e quello della terra, con Aquileia fortemente favorita dall’Imperatore poiché il vescovo era un suo vassallo, ma Grado conservava la mitica cattedra di san Marco e Venezia recupererà le reliquie dell’Evangelista.

Un po’ meno evidente è il fatto che la rivalità poteva riguardare anche Padova, che conservava (e conserva tuttora benché poco noto al grande pubblico) le spoglie di un altro Evangelista, san Luca. Tale aspetto può aiutare a comprendere meglio come Venezia fosse interessata a “pareggiare i conti” anche con questa vicina.

Apriamo una piccola parentesi riguardo alla storia di Padova: le fonti non ci parlano mai ufficialmente di una Padova carolingia, si parla di una città completamente rasa al suolo dal longobardo Agilulfo, poi le fonti riprendono a parlare con una certa continuità di una città ricca e in espansione dalla fine dell’XI – inizio del XII secolo. Tuttavia monsignor Antonio Barzon, il più grande storico della chiesa padovana, era fortemente convinto di una “rinascenza carolingia” in città e di una fase di costruzione risalente al IX secolo in molte delle principali chiese cittadine. Impressione suffragata da alcuni indizi e da un’unica prova un frammento di affresco ritraente il volto del Pantokrator nella chiesa di Ognissanti. Il frammento è di datazione molto incerta proprio per la sua unicità e per la mancanza di altri materiali di confronto la sua cronologia oscilla fra il IX e l’XI secolo. Il grande problema per la cronologia degli edifici padovani deriva probabilmente dal fatto che tutta la città che vediamo oggi sopra il livello del suolo risale a dopo il grande sisma del 1117.

Questa breve ricognizione del territorio circostante ci serve per inquadrare la scoperta degli affreschi di Torcello che si collocano dunque in un’epoca in cui Venezia stava probabilmente cercando una sua identità culturale, anche perché si tratta di uno stato ancora in formazione, diviso in diversi nuclei territoriali (Grado, Malamocco, Rivo Alto ecc.) in cui stava cominciando appena ad emergere quella supremazia rivoaltina che si concretizzerà definitivamente con la dinastia degli Orseoli quasi due secoli dopo. È esattamente in questo contesto che si va a collocare la scoperta degli affreschi di Torcello, realizzati in una chiesa che è già simbolica, perché fondata due secoli prima, quindi significativamente antica e che lo diventerà ancora di più quando il vescovo Orso Orseolo vi farà realizzare nell’abside quella che forse è la prima raffigurazione della “Vergine Veneziana”.

La scoperta di questi affreschi ci colpisce perché infittisce le domande, ma sembra anche confermare che il Veneto del IX secolo è stato oggetto in qualche modo di una “rinascenza carolingia”, non è stato un momento di “barbarie” e “secoli bui”, caratteristiche che a volte attribuiamo troppo velocemente a ciò che non conosciamo per mancanza di fonti. Al tempo stesso questa scoperta ci consente anche di pensare come sia debole la categoria di “bizantino” applicata, anche in questo caso, velocemente a Venezia ma, come insegnava Ennio Concina, quella parola sarebbe da bandire, perché è una semplificazione che sembra raccogliere in una immobilità “orientale” tutto un millennio di storia di quello che fu un regno affascinante e complesso, variegato e multiforme. Venezia non fu mai “bizantina” per il semplice fatto che anche Bisanzio non corrispose mai allo stereotipo che si accompagna a questo nome.

Intanto, chi volesse gustare le prime immagini degli affreschi ritrovati a Torcello può farlo a questo link https://www.unive.it/pag/14024/?tx_news_pi1%5Bnews%5D=9235&cHash=5083a549eb7d3be36da411d0ffb18dd3 

 
di Giuseppe Cilione – Presidente Associazione Culturale Villeggiare (Padova) 

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