Come sostenne Giambattista Vico, la storia è fatta di corsi e ricorsi storici, non deve dunque stupirci, che alcune situazioni ritenute da noi bizzarre ed originali si siano manifestate oggi come ieri. Nel corso del Seicento tutta l’Europa fu colpita da diverse epidemie di peste, che ne decimarono la popolazione dal Settentrione al Meridione. In Italia vi furono due ondate di peste: la prima, nel 1630, sembrò colpire più duramente il settentrione. Il morbo fu probabilmente veicolato dai Lanzichenecchi e venne narrato da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi e ne La Storia della colonna infame. La seconda ondata si verificò approssimativamente nell’anno 1656, in particolare nel Regno di Napoli, con un tasso di mortalità tra il 50% e il 60% della popolazione (solo a Napoli si registrarono 250000 morti su 450000 abitanti) e venne riportato dai cronisti dell’epoca, come Giovanni Giacomo Lavagna e Giacomo Lubrano. 

La devastazione della peste impressionò profondamente la psiche degli uomini e delle donne del tempo e venne raccontata dalla sensibilità di pittori, scrittori e cronisti dell’epoca in ogni suo aspetto ma con modalità diverse. Fra gli artisti che cercarono di rappresentare il morbo così come apparve ai loro occhi vi furono Giovan Battista Crespi detto il Cerano (Romagnano Sesia, 23 dicembre 1573 – Milano, 23 ottobre 1632) e Tanzio da Varallo (Alagna Valsesia, 1582 circa – Varallo (?), 1633).  Crespi realizzò una tela dal titolo Carlo Borromeo visita gli appestati in occasione della beatificazione dell’arcivescovo Carlo, avvenuta il giorno 4 novembre 1602 e facente parte di una delle serie a lui dedicate conservate presso il Duomo di Milano, che comprende opere di Paolo Camillo Landriani detto il Duchino (Ponte in Valtellina, 1562 – Milano, 1618) e Giovan Battista della Rovere detto il Fiammenghino (Milano, 1561 (?) – Milano, 1633 (?))per citarne alcuni. La rappresentazione, ricca di pathos, colpisce per la capacità di trasmetterci l’atmosfera di una grande tragedia umana che, appare addolcita dalla presenza consolatrice del Santo, preoccupato della salute quanto della salvezza delle anime dei malati. Nella tela di San Carlo comunica gli appestati di Tanzio da Varallo notiamo una profonda attenzione all’indagine del dato reale, che si ripercuote sia nei volti dei protagonisti, che mostrano le sembianze dei membri della confraternita del Santissimo Sacramento della Collegiata di Domodossala che patrocinò il dipinto, sia nei puntuali dettagli delle vesti, degli oggetti e di tutto l’ambiente circostante. Il realismo di matrice fiamminga ben rappresentato dalla farfalla dalle ali spiegate sul basamento di marmo incontra la luce tipica delle composizioni caravaggesche. Le tele condividono una forte senso di inesorabilità inteso come emblema di una universale condizione di sofferenza, utilizzando come vettore una pittura che possiamo definire realistica. 

Il realismo appena analizzato, ricorre anche in un tipo di composizione che vede una divisione tra alto e basso, tra mondo di Dio e mondo degli uomini attraversato da malattia e morte. Tra le più belle tele con questo tipo di composizione ricordiamo San Gennaro che intercede per la peste, del pittore napoletano Luca Giordano (Napoli, 18 ottobre 1634 – Napoli, 12 gennaio 1705) ed il Bozzetto per gli affreschi della peste di Mattia Preti (Taverna, 25 febbraio 1613 – La Valletta, 3 gennaio 1699). L’opera di Luca Giordano fu commissionata dal viceré spagnolo Gaspare de Bracamonte per la Chiesa di Santa Maria del Pianto, come ex voto per il cessato pericolo della peste. Colpisce l’utilizzo narrativo dei colori particolarmente intensi nella parte superiore da un giallo oro che circonda i personaggi protagonisti della vicenda, sfumato da un chiarissimo azzurro del cielo e che si spegne verso il basso creando una penombra scura che cela le drammatiche vite umane private per sempre della luce a causa dell’epidemia. Nel Bozzetto per gli affreschi sulla peste di Mattia Preti osserviamo la Vergine Immacolata, San Gennaro, Santa Rosalia e San Francesco Saverio intercedere per la protezione di Napoli durante la peste del 1656. Il bozzetto si aggiunge ad una sconfinata serie ex voto (più o meno noti) del pittore napoletano: impressionanti scene confortate dall’apparizione della Vergine e di Santi difensori. Le due rappresentazioni raccontano l’impotenza, la sopportazione e la cognizione di vivere l’espiazione di una incomprensibile colpa e la devozione come estrema speranza

L’orrore dell’epidemia che colpì il Regno di Napoli fu reso scientificamente dalle opere dello scultore siciliano Gaetano Giulio Zumbo (Siracusa, 1656 – Parigi, 22 dicembre 1701). Zumbo operò al servizio del Granduca Cosimo III de’ Medici dal febbraio del 1691 all’aprile del 1695. Nell’arco di questi anni realizzò quattro composizioni che hanno come oggetto vari stadi della decomposizione dei cadaveri umani: Corruzione I (o Trionfo del tempo) e La pestilenza, per il Gran Principe Ferdinando de’ Medici, figlio di Cosimo III, mentre per Cosimo Corruzione II (o Il Sepolcro, o Vanità della grandezza umana) e le Conseguenze della Sifilide (Morbo Gallico). Le straordinarie composizioni sono oggi conservate al Museo della Specola di Firenze. L’ultima opera però, già a palazzo Corsini al Parione, andò semidistrutta durante l’alluvione di Firenze del 1966.

La rappresentazione della peste, negli occhi dei pittori classicisti del Seicento,  assunse anche toni solenni e strutturati. Ne La peste di Azoth di Nicolas Poussin (Les Andelys, 15 giugno 1594 – Roma, 19 novembre 1665) osserviamo come la composizione equilibrata dei corpi ed il loro modellato impeccabile ed elegante, veicoli un’immagine della peste astratta e letteraria, probabilmente mutuata dall’amicizia del pittore con il poeta Giovan Battista Marino. La peste di Azoth (acquistata da Fabrizio Valguarnera insieme al Regno di Flora) è l’apice dello studio del pittore finalizzato ad integrare pittura e teatro greco, pittura e filosofia e ricade formalmente nella rappresentazione come scena tragica dominata da monumenti della Roma o della Grecia antica. Tale atteggiamento è spiegabile come il tentativo di razionalizzare un evento sconvolgente, cercando di dare ordine al caos senza senso.Da Milano a Roma, passando per Napoli fino a Siracusa, questa rassegna vuole dimostrare come la sensibilità  diversificata dei pittori secenteschi abbia percepito e metabolizzato in maniera diversa, un infausto evento che unificò le sorti di tutta l’Europa.

di Gaia Redavid