Partendo dal presupposto che il patrimonio culturale e paesaggistico sia un bene comune, come sancisce l’art. 9 della Costituzione Italiana, e che conoscere la propria storia possa rientrare, a mio avviso, nei diritti di ogni cittadino, proviamo a comprendere l’elevato valore della comunicazione nel settore culturale.

Ci siamo mai domandati perché un noto divulgatore televisivo, nonché studioso, come Alberto Angela (paleontologo, cui è stato conferita la laurea honoris causa in archeologia), riesca ad avere un seguito così nutrito composto da un pubblico di ogni fascia d’età? Ebbene, Alberto Angela si rivolge a tutti, dal cittadino con il grado di istruzione più elevato a quello che non ha potuto permettersi di studiare, utilizzando un linguaggio corretto, ma comprensibile, e narrando quegli argomenti che potrebbero interessare un pubblico eterogeneo. 

La comunicazione parte proprio da questo tassello, da quella necessaria semplificazione di contenuti che, altrimenti, sarebbero indecifrabili e diretti ai soli “addetti ai lavori”. E ancora, vi siete mai trovati in un museo nel disperato tentativo di decifrare le didascalie di manufatti o dipinti in mostra? Io sì, lo ricordo benissimo. I primi anni di università, quando ero ancora una studentessa del corso di laurea in Beni Culturali alle prese con i primi esami, mi aggiravo per le sale dei musei, cercando di capire cosa significassero tutti quei termini tecnici sfoggiati con tanta presunzione. Possedendo ancora delle minime basi, imparavo seppur con molta difficoltà, chiedendomi costantemente a quale tipo di visitatore sarebbe giunto il corretto messaggio e cosa avrebbe appreso quest’ultimo leggendo testi didascalici così complicati posti a corredo di reperti ceramici decontestualizzati. 

Mi sono immedesimata più volte, sentendomi sempre “non all’altezza”, come se non fossi stata abbastanza colta da poter capire fatti e contesti storici, come se quel luogo, il museo, non fosse destinato a me. Al museo ci sono tornata, innumerevoli volte perché sono diventata archeologa e quelle difficoltà non le ho più incontrate. Eppure, quello stato d’animo, in cui prevale una sensazione di inferiorità, comporta per il comune visitatore delle conseguenze molto gravi e assolutamente improduttive: le esperienze al museo diventano rare, persino rapide, indifferenti alle notizie, rivolte soltanto ad ammirare la bellezza del manufatto, del dipinto, o dell’opera in generale, che non viene inquadrata all’interno di un vero e proprio contesto storico. Perché, dunque, una persona dovrebbe interessarsi di un argomento che non può facilmente comprendere?

Ecco, perciò, svelarsi l’importanza della comunicazione in sé e del saper comunicare. Frequentare l’ambiente accademico, come mi è personalmente capitato, trasmette quella consapevolezza riguardo l’impegno, assolutamente pari o prossimo allo zero, che numerosi colleghi impiegano nel rendere accessibile la conoscenza. All’interno di pubblicazioni, spesso destinate a rivestire il ruolo di appendice a lunghissimi curriculum vitae, sono utilizzate giostre di parole, righe di intere “poesie” (che di scientifico hanno ben poco), termini per i quali servirebbe sfogliare di continuo il vocabolario di italiano, latino e greco (se non, addirittura, di altre lingue). Come se non bastasse, le riviste di settore hanno dei costi proibitivi e la gran parte di esse non sono digitalizzate, costringendo il fruitore a doversi recare in determinate biblioteche, anche qui, non accessibili a tutti.

La cultura diventa in tal modo elitaria, di quei pochi che possono permettersi di essere attivi nel settore, affiliati ad istituti di ricerca, frequentando conferenze ed eventi, i cui spettatori saranno esclusivamente colleghi, per poter fare sfoggio della propria onniscienza, confrontandosi e talvolta dando vita a vere e proprie gare di sapienza in cui vince chi ricorda a memoria la citazione di un autore classico o di qualche illustre docente del passato. 

Mentre nelle università e negli istituti di ricerca si combattono queste battaglie, nella realtà il comune cittadino, interessato semplicemente a capirne di più su quel monumento che scorge ogni mattina recandosi al lavoro, rimarrà purtroppo con le sue lacune, perdendosi nello sconfinato universo del web, finendo a cercare notizie all’interno di guide o siti amatoriali che, molto spesso, riportano elementi del tutto leggendari, sensazionalistici e inesatti, perpetrando in tal modo una conoscenza che non tiene conto del serio lavoro svolto dai ricercatori.

Tra il mondo della ricerca culturale e la popolazione manca effettivamente il dialogo. Ce ne siamo accorti forse adesso, in questo momento di crisi del tutto inaspettato: pagine social, inattive da anni, sono improvvisamente esplose di contenuti, sommergendo gli utenti con video, foto, notizie, dirette social… Siamo passati dal non comunicare affatto a una eccessiva comunicazione, riversando sull’utente tutto il materiale in possesso di musei, Soprintendenze, istituti di ricerca, archivi e così via. L’effetto, però, non è stato quello previsto. Se i primi tempi le persone erano almeno incuriosite, già dopo qualche giorno subentrava la noia e le notizie venivano sorpassate, evitate. Video lunghi più di 20 minuti, dirette social equivalenti a conferenze per eruditi o, al contrario, spiegazioni eccessivamente semplici, rivolte più ai bambini che a un pubblico misto (e anche qui, mi trovo a sottolineare che i più piccoli, probabilmente, le guarderanno raramente), hanno costituito una cascata di informazioni rilasciate senza un programma preciso. E mi domando dove si nascondesse prima tutto questo materiale; perché mai nessuno si sia impegnato nell’utilizzo di social network e nell’aggiornamento dei siti web al fine di promuovere la propria istituzione di appartenenza e diffondere il messaggio culturale.

È evidente che in Italia manchi quasi completamente (eccezion fatta per alcune istituzioni) un preciso piano di comunicazione, da cui deriva anche una carenza di interesse del pubblico nei confronti della cultura e, di conseguenza, determinate percentuali di visitatori nei musei. A questo, si aggiunga la percezione stessa che si ha sia delle attività culturali, ridotte frequentemente a passatempo, sia dei professionisti della cultura, che molto spesso  non  sono considerati seriamente come tali. Si dovrà sottolineare che solo a luglio 2019 è stato presentato il “Piano triennale per la digitalizzazione e innovazione dei musei“, mentre negli anni passati cultura e tecnologia hanno proceduto su rette parallele, incontrandosi di rado e in determinate occasioni.

Ma procedendo oltre, analizziamo la figura del comunicatore e in cosa consista la sua azione. La collaborazione con riviste e blog divulgativi, anche indirizzati al settore turistico, ma soprattutto l’esperienza personale in cui mi cimentai, sin dal 2015, con la pagina Facebook “La Tutela del Patrimonio Culturale” cui è stato associato un blog omonimo (https://latpc.altervista.org), mi ha dato modo di comprendere il funzionamento di alcune dinamiche che regolano il mondo della comunicazione culturale.

Prima di tutto, il comunicatore deve essere un “addetto ai lavori”, deve possedere conoscenza e curiosità sia nei confronti del settore culturale di cui fa parte, sia verso il digitale. Queste sue qualità gli permetteranno di arrivare in maniera più diretta al “cuore” degli utenti, facendo sì che si sentano coinvolti. Il comunicatore rivestirà il ruolo di “interprete”, traducendo il linguaggio scientifico in un messaggio più semplice e accessibile.

La comunicazione sui social network, inoltre, richiede ulteriori requisiti. Esaminiamone alcuni:

capacità di sintesi: i social network sono programmati per una comunicazione rapida e uno “scorrimento veloce”. Scrivere post di una lunghezza improponibile non genererà interesse; al contrario, condividere post con almeno un’immagine significativa e qualche riga di contenuto (in un buon italiano, senza errori) farà sì che l’utente si soffermi a leggere.

capacità di coinvolgimento: il messaggio esplicato in quelle poche righe non deve risultare noioso, ma suscitare curiosità, alimentando nell’utente la voglia di saperne di più, conducendolo a cliccare sul rimando al sito web (in cui sarà presente un approfondimento più corposo) e spingendolo a volersi recare in quell’area archeologica, in quel museo, borgo, città, etc. per poter vivere la propria personale esperienza.

capacità di interazione: i social network si basano su un meccanismo di comunicazione immediata. Se un utente commenta un post o invia un messaggio privato, il comunicatore dovrà reagire in poco tempo, preferibilmente rispondendo in maniera garbata, sintetica e amichevole, senza ergersi a sapiente, ma rivestendo sempre quel ruolo di mediatore.

In tutto ciò, il comunicatore dovrà essere in grado di curare lo spazio virtuale e, di conseguenza, la community che lo frequenta, conoscendo il proprio pubblico e studiando, perciò, le statistiche di gradimento (Facebook, ad esempio, presenta la sezione “Insights“). Tanto più la notizia sarà di interesse, generando perciò reazioni (ad esempio i “likes”, o “mi piace”), tanto più sarà condivisa e si diffonderà, ampliando così il pubblico di lettori.

Il sito web non deve essere trascurato, ma fungere da contenitore costantemente aggiornato di notizie o approfondimenti supplementari. Se si tratta del sito web di un museo, ad esempio, dovranno essere inseriti al suo interno almeno quelle schede riguardanti i reperti più importanti, munite di una buona descrizione e di una visuale 3D a 360° che permetta di cogliere i dettagli delle opere altrimenti invisibili a occhio nudo, nonché il catalogo completo e digitalizzato dell’intero patrimonio custodito (i musei esteri hanno già provveduto da tempo in questo senso). A questi fondamentali tasselli, si potrà aggiungere il virtual tour ricordandosi che non può e non deve sostituire la vera e propria esperienza di visita, ma possibilmente integrarla, costituendo uno stimolo a recarsi in loco.

La corretta comunicazione si pone, perciò, anche come primo gradino verso la tutela del patrimonio culturale. Un cittadino coinvolto, incuriosito e a conoscenza della propria storia, è anche una persona che prova un certo “affetto” per le testimonianze del passato, avvertite come parte di sé, della propria identità, e che perciò difende. Questo concetto è insito nel “Codice dei beni culturali e del paesaggio” quando, nell’art. 91, tratta di beni culturali (ritrovati nel sottosuolo o nei fondali marini) appartenenti allo Stato, quindi ai singoli cittadini, ad ognuno di noi. Nel momento in cui anche solo una persona si appropria illecitamente di un bene culturale, effettua un furto nei confronti della collettività, inserendosi all’interno di un meccanismo che comporterà l’impoverimento dell’identità culturale di un intero paese.

La tutela passa attraverso la trasmissione di determinati valori che, forse, troppo a lungo abbiamo trascurato. Nel ripartire, in questo delicato momento, non si dimentichi quanto sottolineato e appreso in un periodo di crisi: si investa, perciò, anche nella corretta comunicazione facendo sì che, attraverso i mezzi a nostra disposizione, una visita a un museo, a una mostra, o a un sito archeologico, possa trasformarsi realmente in qualcosa di essenziale, introducendo quel seme culturale che riesca a permanere nella quotidianità di ogni cittadino.

di Cristina Cumbo – Archeologa; Dottoressa in Archeologia Cristiana (Ph.D.); Specialista in Iconografia Cristiana

Academia.edu: https://independentresearcher.academia.edu/CristinaCumbo 

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Blog: https://latpc.altervista.org/


Sono stati consultati i seguenti contributi:  G. Bigliardi, Musei su Internet: quali sono e come si comportano?, su 3D ArcheoLab (07.05.2020): https://www.3d-archeolab.it/2020/05/musei-su-internet-quanti-sono-e-come-si-comportano/ ; F. Giannini, I diciottenni non vanno al museo? Il costo non c’entra: semplicemente, non lo ritengono interessante, in “Finestre sull’Arte” (12.01.2019): https://www.finestresullarte.info/1008n_giovani-non-vanno-al-museo-perche-non-interessa.php; M. L. Gualandi, Comunicare l’archeologia, su MapPapers 1-IV, 2014, pp. 39-46. Musei e tour virtuali non attraggono il pubblico: ecco i dati, su Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali (04.05.2020): https://www.miriconosci.it/musei-virtuali-non-attraggono/; M. L. Müller, Tour virtuali al museo: una risorsa per i meno giovani?, su Artribune (10.04.2020): https://www.artribune.com/progettazione/new-media/2020/04/tour-virtuali-museo-pubblico/; M. Pirrelli, Mostra o museo, la visita virtuale buca lo schermo, su Il Sole 24 Ore (26.04.2020): https://www.ilsole24ore.com/art/mostra-o-museo-visita-virtuale-buca-schermo-ADgp9aM