Se chiedeste ad un bambino cosa voglia fare da grande, tra le risposte non mancherebbe “il dottore”. Il cuore del dottore dovrebbe essere come quello del bambino: puro, disinteressato, votato al sacrificio e all’altruismo. Intellettualmente ed eticamente onesto, il medico può talvolta addirittura assurgere ad eroe. Eppure è bene ricordare che egli è uno studioso che ha giurato (giuramento di Ippocrate) di usare le conoscenze per aiutare gli altri e, mai come in questo periodo, possiamo comprendere quanto sia vera questa promessa. 

Già nelle civiltà antiche il medico godeva di una grande considerazione, univa intelligenza e saggezza, oltre che conoscenze superiori alla media, sia terrene che divino-spirituali; era cioè una personalità in grado di connettersi intimamente con le divinità e con l’aldilà. Il confine tra medicina e magia era molto labile: erano spesso le divinità ad infliggere malattie ai mortali, come punizione per aver compiuto azioni contrarie al loro volere o, viceversa, erano sempre le divinità responsabili di guarigioni miracolose. Ad Asclepio, figlio di Apollo, il dio della medicina capace sia di guarire qualsiasi malattia sia di riportare in vita i morti, era dedicato un tempio sull’Isola Tiberina a Roma, nello stesso luogo in cui sorge oggi l’Ospedale Fatebenefratelli. 

Una delle prime forme di indagini scientifiche dove l’arte appare come fedele specchio è l’anatomia. La civiltà ellenica dà forma concreta al concetto di καλοκἀγαθία, contribuendo a creare un prototipo di bellezza inalterabile e perfetto, un’esatta trasposizione delle alte doti morali e civili che l’uomo ideale doveva assolutamente possedere. Il Doriforo di Policleto o il Discobolo di Mirone, antesignani del David di Michelangelo, coniugano in questo senso attenzione per i dettagli come muscoli e tendini, proporzioni calcolate armoniosamente e una bellezza ideale priva di difetti o di alterazioni che li rendono più simili agli dei. 

Durante il Medioevo la medicina fu essenzialmente continuazione di quella antica. Negli scriptoria benedettini si puntò alla trascrizione e alla conservazione di testi greci e latini, come la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Piccoli cenacoli in cui far convergere le migliori menti dell’epoca, si vengono a creare presso la corte di Federico II di Svevia, che diede un forte impulso al dialogo interculturale e alla ricerca in ogni campo, in particolare quello scientifico e matematico, come dimostrano i codici miniati federiciani: il De arte venandi cum avibus, dedicato alla caccia col falcone (Biblioteca Apostolica Vaticana) e il De Balneis Puteolanis (Biblioteca Angelica), sulle proprietà curative delle acque termali della zona tra Pozzuoli e Baia. Eppure non esisteva ancora un insegnamento di tipo accademico e le conoscenze venivano tramandate di padre in figlio o apprese da un altro medico. Le cure per le malattie erano in larga parte costituite da pratiche al limite della stregoneria, in un mondo in cui la religione, la magia e la superstizione condizionavano ancora il pensiero della gente comune, anche dei più alfabetizzati. 

Il periodo dell’Umanesimo e del Rinascimento fu caratterizzato da un approccio meno dogmatico nei confronti della scienza e della tecnica, con un rinnovato interesse verso la figura umana, attraverso il recupero della sua naturale tridimensionalità e della rappresentazione realistica di ogni sua declinazione. In particolare le sofferenze, i difetti e le malattie, non venivano più considerati condizioni da nascondere con orrore ma fenomeni di studio scientifico, riflesso della forma mentis sempre più curiosa e assetata di sapere dell’homo novus moderno. Tenendo sempre presenti le dovute prospettive storiche, la chiave di volta che in questo senso accomuna grandi personalità del passato come Giotto, Mantegna, Leonardo da Vinci, Michelangelo o Caravaggio è la capacità analitica e il forte spirito di osservazione, elementi che rendono l’arte moderna e la scienza medica discipline affini, due binari paralleli che si conoscono e si guardano a vicenda senza intralciare il percorso l’uno dell’altro, ma beneficiando entrambi di una rinnovata fiducia dell’uomo nelle proprie capacità (homo faber fortunae suae).

Un esempio della profonda correlazione tra arte e medicina la troviamo in una figura dipinta dal Mantegna nella famosa Camera degli Sposi del Palazzo Ducale di Mantova: in una donna di servizio affetta da nanismo si cela la neurofibromatosi. La malattia viene rappresentata qui circa 80 anni prima della sua descrizione medica, come dimostrato da una ricerca effettuata dalla prof.ssa Raffaella Bianucci presso l’Università di Torino e pubblicata sul numero di Ottobre 2016 della Rivista “The Lancet Neurology”. Fedele al principio neoplatonico di una perfetta corrispondenza tra i moti dell’animo e i movimenti del corpo e delle espressioni facciali, alcuni disegni preparatori di Leonardo conservati a Oxford e nella Biblioteca di Windsor sono considerati i primi studi di espressione o di fisiognomia naturale, antesignani di quell’espressione artistica chiamata di caricatura e che avrà innumerevoli connessioni con l’indagine psicologica e la satira socio-politica

Dopo la Controriforma tridentina le immagini recuperarono il senso della biblia pauperum. Spogliate della licenziosità e della sensualità del Manierismo e poste sotto il rigido controllo della Chiesa cattolica, esse devono essere decorose ma leggibili, exempla da suscitare commozione nello spettatore. Nel saggio “Degli errori dei pittori” di Giovanni Andrea Gilio da Fabriano si raccomandava che Cristo e i martiri non fossero dipinti in maniera idealizzata, ma “afflitti, sanguinanti, crocifissi, coperti di sputi, con la pelle strappata”. Tale clima di violenza e di forte repressione ebbe un impatto sensibilissimo sulla pittura di Caravaggio: secondo alcuni studiosi per la Giuditta che decapita Oloferne oggi a Palazzo Barberini, il Merisi potrebbe essersi ispirato alla decapitazione della nobile romana Beatrice Cenci, morta nel 1599. Si narra inoltre che per La morte della Vergine del Louvre, Caravaggio abbia utilizzato come modello il cadavere di una prostituta annegata nel Tevere qualche anno prima, motivo per il quale Maria sarebbe rappresentata con le caviglie e il ventre gonfio. 

Nell’epoca moderna, l’arte un campo vedrà nella psicoanalisi un campo assai fertile, per l’esigenza di approfondire le dinamiche interiori che animano l’uomo, ovvero l’arte espressione dell’inconscio. L’arte del Novecento diventa quindi più istintiva e spontanea, come preistorica: spogliata delle sovrastrutture del pensiero razionale, per il pittore Kleel’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”.  Negli ultimi anni si è sviluppato il concetto di art therapy: le manifestazioni artistiche (pittura, disegno o il ballo) aiuterebbero ad entrare in contatto con la parte più profonda di noi stessi, elaborando lutti o emozioni e producendo un generale miglioramento fisico e mentale. 

Studi recenti confermano la vicinanza tra arte e scienza medica, spiegando che la tela stessa possa in qualche modo trasformarsi in una vera e propria “cartella clinica” del suo autore. Lo psicologo Alex Forsythe dell’Università di Liverpool ha analizzato più di 2000 dipinti di svariati autori, tra cui Monet, Dalì, Chagall e Picasso, studiando i cosiddetti frattali, figure geometriche caratterizzate dalla ripetizione infinita di uno stesso motivo su scale sempre più ridotte; questi elementi, assieme alla natura delle pennellate, diventano oggetto di analisi scientifica in quanto aiuterebbero a diagnosticare l’insorgere di gravi problemi neurologici o patologie degenerative come il Parkinson nel caso di Dalì o l’Alzheimer di cui soffriva De Kooning. 

Primo Levi, che era chimico e scrittore, affermava: “Questa separazione tra cultura scientifica e cultura umanistica, se c’è, è una schisi innaturale, non necessaria, nociva […] Non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani d’oggi, né i fisici esitanti sull’orlo dell’inconoscibile.”

di Carlotta Conti

 

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