Lungo la Strada Provinciale 86 che da Grottaglie conduce a San Marzano, in provincia di Taranto, sullo spalto Nord della gravina denominata Lama di Pensiero, sorge la chiesa rupestre dedicata ai Santi Marco e Nicola.

L’edificio, che oggi si presenta diruto e abbandonato, nacque ad esclusivo uso privato per divenire ben presto polo catalizzatore di tutta la popolazione della gravina. Il primo insediamento nella zona sorse nel IX secolo durante le incursioni arabe, per estendersi sul pianoro a partire dal X-XI secolo, quando la situazione politica e sociale si stabilizzò divenendo più sicura, e venne abbandonato nel 1297 a seguito di un  decreto reale, con il quale si obbligava la popolazione a trasferirsi in Cryptaliae, l’attuale Grottaglie

La chiesa ebbe una vita piuttosto lunga, dal periodo posteriore alla nascita del primo insediamento, a quello di pacificazione e di sviluppo tra X e XI secolo, sino alla cessazione della sua funzione, nella prima metà del XVI secolo. Ad accreditare quest’ultima testi, sono due testimonianze significative: un’iscrizione tarda ai piedi della monumentale Hodighitrìa, più antica, dipinta nell’angolo della parete est, riportante la data della riconsacrazione della chiesa, il 1517, ed i nomi di Giovanni e un altro difficilmente decifrabile. L’altra testimonianza risale alla visita pastorale dell’arcivescovo di Taranto, Lelio Brancaccio, del 20 luglio 1577, dove la descrive già in cattivo stato di conservazione.

Un ulteriore e triste utilizzo della stessa si data tra gli ultimi mesi del 1943 e i primi del 1944, quando i tedeschi la trasformarono in fortino militare, con l’intento di minare i piloni del ponte ferroviario da far saltare al passaggio degli alleati.

La struttura

La chiesa (preceduta da un vestibolo ovale e avente l’orientamento canonico est-ovest) si presenta come una semplice aula rettangolare, le cui pareti piane tagliate nel tufo con una certa approssimazione sono scandite da nicchie. Il soffitto è leggermente a dorso d’asino, con un foro di areazione e due fori passanti per appendere le lampade ad olio. Il pavimento piuttosto regolare presenta un’escavazione di forma grossomodo circolare al centro proprio di fronte all’entrata posta a sud.

La parte orientale dell’edificio, che doveva fungere da area absidale, presenta al centro una profonda nicchia, forse con funzione di tomba ad arcosolio destinata alla sepoltura del committente, personaggio probabilmente di un certo rango, dato il ruolo privato della chiesa stessa. Essa è sovrastata da una lunetta su cui sono dipinti i santi Marco e Nicola a cui la chiesa era presumibilmente intitolata, secondo l’uso di trasporre all’interno nella conca absidale le lunette con i santi titolari che comparivano all’esterno sugli ingressi principali delle chiese subdiali.

A destra della nicchia, tra la parete est e quella sud, si nota uno stretto sedile ricavato nella roccia, che plausibilmente fungeva da sintrono; a sinistra una seconda lunetta priva di affreschi e nella parte superiore la figura assisa in piedi dell’ Hodighitrìa, che regge con il braccio sinistro Gesù bambino mentre lo indica al fedele con la mano destra.

A protezione del bema nell’angolo orientale della parete nord si trova affrescata una maestosa figura dell’Arcangelo Michele, che che assume anche una funzione “apotropaica”. L’iconografia palesa la sua ispirazione iconografica a quella degli alti dignitari della corte bizantina, mediante una serie di prestiti formali come la veste arabescata sotto il loros imperiale e gli stivali rossi. 

Gli Affreschi

L’interno della chiesa è quasi interamente decorato da affreschi bizantini, che seguono due schemi differenti: quello narrativo del ciclo Cristologico e quello iconico, con e figure dei Santi raffigurati stanti in cinque delle sei nicchie poste sulla parete nord. Si tratta di  santi orientali (S. Nicola, S. Michele Arcangelo, S. Giovanni Battista) ad eccezione di una Madonna con il Bambino riportante un’iscrizione con la data 1392. 

Il ciclo Cristologico, che si dispone in senso orario – da sinistra verso destra – seguendo un andamento a zig zag, è composto di sole otto scene: alcune tratte dal cosiddetto Dodekáorton “ciclo delle dodici grandi feste bizantine” dell’anno liturgico ortodosso, altre appartenenti alla propriamente detta “Passione di Cristo”. Naturalmente la scelta delle scene dipendeva non solo dalle precise volontà del committente ma anche da motivazioni prettamente liturgiche: per questo nei cicli affrescati si riscontra l’omissione di alcune festività e la predilezione di altre; difatti, raramente sono rappresentate tutte e dodici feste. 

Il ciclo Cristologico inizia partendo dalla prima nicchia posta sulla parete Ovest con la raffigurazione dell’Annunciazione, della quale è ancora leggibile seppure in frammenti la figura dell’Arcangelo Gabriele che incede da sinistra verso la Vergine olosoma posta a destra, con il braccio destro sollevato nel gesto tipico del saluto. Il ciclo segue nel registro superiore della stessa parete – tra la nicchia dell’Annunciazione e il soffitto – con la scena della Natività del Signore ambientata in una grotta raffigurata a mo’ di montagna rocciosa, alla quale si legano le scene accessorie dell’Annuncio ai pastori e del Primo bagno.

Da qui il ciclo Cristologico si sposta sulla parete Nord dove all’interno della prima nicchia troviamo raffigurata la Presentazione di Gesù al Tempio che si svolge intorno ad un altare posto al centro in primo piano davanti alla porta del Tempio, secondo il modello bizantino prediletto, ai lati del quale si dispongono simmetricamente da un lato, San Giuseppe e la Vergine e dall’altro, il gran sacerdote Simeone e la profetessa Anna.

Il ciclo riprende poi con la scena dell’Entrata di Cristo a Gerusalemme dipinta nel registro superiore sulla stessa parete Nord, la quale segna nella liturgia bizantina l’inizio della Passione di Cristo. L’affresco, che ad oggi si conserva solo in piccoli frammenti, rappresenta Cristo che sta per entrare a Gerusalemme sul dorso di un asino seguito da Pietro, Andrea e Giovanni, mentre è atteso dai Giudei all’ingresso della città.

Accanto a questa scena si trova la scena sussidiaria dell’Ultima Cena che si svolge attorno ad una tavola imbandita, dietro la quale sono seduti gli apostoli – tranne Giuda che si trova sul lato opposto – e all’estremità destra Gesù raffigurato nell’atto di benedire il pane.

Sotto il frammento dell’Entrata a Gerusalemme, in cui sono raffigurate le case dei Giudei, è leggibile la figura di un legionario Romano davanti al quale si vede parte della figura di Cristo: probabilmente si tratta della scena accessoria di Cristo davanti a Pilato, che purtroppo non trova altri riscontri in Puglia. 

A seguire sulla stessa parete legata a questa scena e a quella precedente è dipinta la Crocifissione, ultima rappresentazione del ciclo Cristologico. Al centro di essa davanti al palazzo imperiale si staglia Cristo morto sulla croce raffigurato in abbandono.

Le otto scene del ciclo Cristologico rispecchiano i canoni iconografici dell’età Medio Bizantina (VII-inizi XIII secolo), ma dai singoli elementi si nota la convivenza di caratteristiche attardate insieme ad altre più progredite, e di elementi bizantini assieme a quelli tipicamente provinciali, se non addirittura locali, che non trovano riscontro in altri esempi, soprattutto pugliesi: come l’abbigliamento di San Giuseppe nella Presentazione al Tempio consistente in una casacca e un pantalone all’orientale, il quale non è riscontrabile nemmeno nelle stesse scene affrescate in Oriente. Quindi gli affreschi grottagliesi si ispirano sì all’arte Comnena, ma presentano al contempo la commistione di caratteristiche ed elementi di periodi diversi.

Le prime quattro scene hanno tutte la stessa tavolozza cromatica, fatta di pochi colori, in predominanza ocra, rosso bruno, blu e poco verde, la stessa che si ritrova nell’Arcangelo del bema, nell’Hodighìtria della parete Est e nei Santi Marco e Nicola della lunetta. Nelle rimanenti scene, appartenenti tutte allo stesso strato, si evidenzia un cambiamento nella cromia, l’uso di colori vivaci come il salmone, il grigio chiaro, l’ocra e la predominanza del porpora, soprattutto nell’Ultima cena e nella scena di Cristo davanti a Pilato. Ancora più variegata è la gamma cromatica dell’Entrata di Cristo a Gerusalemme, dove troviamo gli azzurri, il rosa, l’arancio, il grigio verde, che rendono i panneggi ancora più mossi e nervosi, oltre a diverse tonalità dei rossi, il beige delle montagne e il bianco dell’asino.

Gli esempi iconografici portano a datare l’Arcangelo Michele del bema e l’Hodighìtria al XII secolo. 

Le prime scene cristologiche dato che ripropongono lo schema iconografico medio-bizantino, ma presentano la tavolozza degli affreschi sopracitati, e che solo dopo l’XI secolo le scene delle dodici feste cominciano ad essere raffigurate sull’architrave nelle chiese scavate nella roccia, è probabile che la loro realizzazione sia da attribuire alla stessa committenza e allo stesso periodo cronologico. 

Mentre le altre presenti nel fregio superiore della parete nord sono posteriori.

La vivacità dei colori, il movimento delle pieghe delle vesti di Cristo e degli apostoli nell’Entrata a Gerusalemme portano a datare l’affresco almeno alla prima metà del XIII secolo, datazione che può proporsi anche per l’Ultima cena dipinta sullo stesso strato, visto che molti elementi: dalla bordura dorata della tovaglia, alle coppe troncoconiche, all’uso dominante del porpora, sembrano accostare l’affresco della Chiesa dei Santi Marco e Nicola con l’Ultima cena della Cripta di San Simeone in Famosa, a Massafra, datato al XIII secolo. Allo stesso periodo cronologico va datata anche la Crocifissione, poiché appartiene al medesimo strato, pur mostrando una certa imprecisione nella stesura del colore e uno stile pittorico diverso rispetto alle altre scene, presumibilmente dovuti all’intervento di una seconda mano nella realizzazione. 

È da sottolineare inoltre la presenza di iscrizioni redatte per lo più in greco, rare nel territorio tarantino dove a partire dall’XI secolo sono esclusivamente in latino, se si esclude il nome dell’Arcangelo Michele del bema e l’iscrizione graffita a sinistra dell’Hodighìtria riportante la data 1517, anno della riconsacrazione della stessa chiesa ad opera di un certo Giovanni.

Questa particolarità è un elemento distintivo delle chiese rupestri grottagliesi in un periodo in cui era già avvenuta l’opera di latinizzazione del territorio da parte dei signori Normanni, visto che Grottaglie, l’antica Cryptaliae, era stata ceduta proprio dal Duca Roberto il Guiscardo, nel 1060, insieme ai casali circostanti, tra cui Casalpiccolo – dove sorgeva la Chiesa dei Santi Marco e Nicola – agli arcivescovi di Taranto, la cui arcidiocesi era già da tempo sotto il controllo della Chiesa di Roma.

Un altro tratto distintivo di questa chiesa rupestre, rispetto alle altre cripte del tarantino, consiste nella presenza di Santi prevalentemente orientali, legati alla religione ortodossa dell’Impero Bizantino come: l’Hodighìtria, l’Arcangelo Michele e San Nicola, quest’ultimi raffigurati per ben due volte sulle pareti del luogo sacro, e l’assenza assoluta di Santi venerati esclusivamente in Occidente. 

 
di Dott.ssa Daniela Manigrasso

 

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